“Donne sull’orlo di una crisi…di moda” è il titolo di un incontro che si è svolto a Milano (Milano, Teatro Litta, mercoledì 21 ottobre, ore 9.30-13) che ha posto l’accento sui cambiamenti più evidenti espressi oggi dalle donne italiane nel loro rapporto con i consumi, in particolare con la moda, e sulle tendenze che influenzano gli atteggiamenti, le scelte esistenziali, i rapporti sociali del pubblico femminile.
A confrontarsi su questa “provocazione” sono esponenti delle imprese, opinion leader e giornalisti, ognuno chiamato a portare la testimonianza su questo fenomeno dal proprio punto di osservazione.
L’idea di partenza: i 7 Megatrends
La riflessione e l’idea di promuovere questo incontro prende il via da una serie di indagini condotte dal sociologo Enrico Finzi di Astra Ricerche sull’universo femminile e dalla specifica ricerca sviluppata per Camomilla Milano, da cui sono emersi i “7 Mega-trends del cambiamento femminile in Italia”,
1) Il boom della forza delle donne
2) Il rafforzamento del poliedro esistenziale
3) Le donne-Lego
4) La modifica del rapporto con il proprio corpo
5) La passione per la qualità
6) Il trionfo dei prezzi sostenibili
7) La ricerca dei piccoli piaceri della vita
Socialmente trendy
Analizzando i Megatrends e i segnali che vengono dai consumatori, Finzi fa emergere una nuova tipologia di imprese - se così possiamo definirla – e cioè quella delle Aziende e dei brand “socialmente trendy” che consumatori e consumatrici italiane sembrano apprezzare e premiare anche in un momento di contrazione dei consumi.
Nella interpretazione più ampia e non convenzionale dei Megatrends, aziende o brand socialmente trendy sembrano essere quelli capaci di anticipare e intercettare il proprio consumatore, offrendogli non solo prodotti che rispondano alle sue esigenze e/o aspettative e capaci di coniugare qualità, funzionalità e prezzo, ma veri e propri mondi all’interno dei quali riconoscersi trovando piacere, emozioni, strumenti per scegliere consapevolmente ed esprimere la propria personalità.
Innovazione, comunicazione, rispondenza agli stili di vita contemporanei, capacità di trasmettere sensazioni e stati d’animo andando dritto al cuore dei consumatori, sembrano essere gli “asset vincenti” di brand e aziende che il mercato apprezza e premia, riconoscendoli in sintonia con nuove esigenze e stili di vita.
Va da sé che questi valori hanno una valenza socio-culturale ma altrettanta rilevanza dal punto
di vista economico.
Il ruolo di Camomilla, azienda della moda “socialmente trendy”
I 7 megatrends emersi dalle survey di Enrico Finzi hanno caratterizzato anche una ricerca specifica che Astra Ricerche ha condotto di recente per Camomilla, azienda milanese con 26 anni di esperienza nel mondo della moda e degli accessori, attenta conoscitrice del pubblico femminile e delle sue aspettative.
Dalla ricerca, Camomilla ha avuto la conferma che il suo marchio è vissuto come gioco, divertimento, lusso dell’emozione “accessibile”, attento al rapporto qualità/prezzo, rispondente alle esigenze delle donne che oggi, sempre più autonome e consapevoli, scelgono il proprio stile e lo personalizzano continuamente.
Va ricordato, per inciso, che questa Azienda ha “firmato” una operazione molto nota tra il pubblico femminile di tutte le età, contribuendo alla affermazione nel mercato italiano di Hello Kitty che fino a pochi anni fa era considerata poco più che un fumetto per bambini, facendola diventare un’icona della moda anche nel nostro paese, una sorta di talismano e di porte-bonheur da sfoggiare a tutte le età.
Pur appartenendo all’universo della moda, Camomilla non si riconosce nei parametri convenzionali del fashion system, muovendosi nel mercato con un approccio individuale e inconfondibile, proponendo collezioni di accessori e oggetti per la casa, il viaggio, il tempo libero, creati per donne autonome, ironiche e consapevoli, che non vogliono essere imbrigliate da stili “preconfezionati” e cercano, invece, strumenti e suggerimenti per crearsene uno proprio.
In questa ottica, la survey di Astra Ricerche ha legittimamente collocato Camomilla nel contesto delle aziende “socialmente trendy” e ha stimolato sia nell’azienda, sia nel ricercatore il desiderio di capire quanto questo fenomeno fosse esteso, condiviso e valorizzato da altre imprese.
Le testimonianze delle Aziende “socialmente trendy”
L’incontro del 21 ottobre nasce da questa curiosità e dalla volontà, di Camomilla e dei suoi imprenditori, Maurizio e Grazia Belloni, così come di Astra Ricerche, di offrire un contesto pubblico, prestigioso e autorevole per confrontarsi e dibattere su questo tema.
Da qui, l’invito ad aziende di primissimo piano, esponenti di variegati settori merceologici ma tutte, a qualche titolo, emblematiche di un nuovo rapporto con i propri consumatori e, quindi, protagoniste attive del cambiamento in atto.
Le Aziende protagoniste del dibattito:
Costa Crociere, che ha reso accessibile il sogno del viaggio esclusivo per eccellenza, la crociera, pur mantenendo elevati standard di qualità;
Fiat Group, che con Lancia Musa e Fiat 500 ha centrato l’obiettivo di legare un’auto all’immaginario femminile puntando su felicità, allegria, atteggiamento positivo verso la vita;
Azonzo Travel, tour operator dal nome emblematico che propone un nuovo modello di turismo, più consapevole e più rispettoso dell’indipendenza che le donne rivendicano;
Unilever, che con il brand Dove ha sancito il cambiamento di atteggiamento delle donne nei confronti del proprio corpo.
Perché “donne sull’orlo di una crisi di moda”?
Perché i 7 megatrends emersi dalle ricerche di Enrico Finzi segnalano che le donne stanno guidando una sorta di “rivoluzione culturale” che ha un impatto molto rilevante sui consumi;
Perché la riflessione sui cambiamenti e sui consumi femminili porta inevitabilmente a parlare di moda, uno dei comparti chiave per l’economia del nostro paese e uno dei temi che maggiormente appartengono all’universo e all’immaginario del pubblico femminile;
Perché è legittimo chiedersi, a questo punto, se la moda come siamo abituati ad intenderla, con le sue regole, i suoi guru, i suoi dettami, i suoi segnali stilistici, le sue “omologazioni”, sia ancora attuale e, soprattutto, abbia ancora e per tutti gli stessi significati.
Oppure:
Se non sia utile e stimolante un dibattito fra i vari attori di questo mercato - aziende, ricercatori, opinion leader, giornalisti, esperti - per capire se la richiesta di cambiamento che viene direttamente dalle donne avrà un impatto ancora più rilevante su questo e altri settori e se – perché no – la parola “moda” non sia destinata ad assumere una connotazione meno convenzionale che non riguarda solo l’abbigliamento o il look ma che coinvolge tanti momenti della vita “vera”: dalla spesa quotidiana, alla scelta di un’auto, alla decisione di fare un viaggio, alla scelta di un film, un libro, un festival musicale.
Le donne italiane dai 15 anni in su sono quasi 26 milioni: com’è naturale, esse sono di tanti tipi diversi, con caratteristiche differenziate e anche contraddittorie. È possibile, comunque, individuare alcune macro-tendenze che riguardano la maggioranza delle ‘lei’ residenti nel Bel Paese, essendo inteso che – come sempre nella storia – è possibile individuare fenomeni minoritari e controtendenziali, ossia che si muovono in senso opposto rispetto alle correnti prevalenti. In questo documento ci concentriamo su 7 cosiddetti mega-trend, tralasciando le esperienze di nicchia.
1)
Il boom della forza delle donne
Le ultime ricerche svolte in Italia segnalano che sono in crescita contemporaneamente il riscatto dalla tradizionale debolezza sociale del genere femminile, la consapevolezza della propria forza, l’autonomia psicologica e decisionale.
Sono tre gli indicatori-chiave di questa tendenza strutturale. Il primo ha a che fare con la posizione della donna nel mercato del lavoro: nella recente, grave crisi economico-sociale – avviatasi da noi dopo l’estate 2008 – la crescita della disoccupazione ha colpito meno le donne che gli uomini, per la prima volta nella storia nazionale (sia per il minor peso della forza-lavoro femminile nel settore manifatturiero, che è quello maggiormente colpito dalla recessione, sia per una più diffusa opzione delle interessate a favore del mantenimento del lavoro anche in condizioni disagiate, e dunque con assai minor ‘ritorno a casa’ rispetto alle crisi precedenti).
Il secondo indicatore si connette all’aumento delle responsabilità – a un tempo familiari, sociali, professionali – delle donne, che si è tradotto in un’evidente diminuzione del divario tra i due generi, come dimostra la percezione femminile dell’incremento delle pari opportunità rispetto al gennaio 2008: tale percezione coinvolge il 40% delle ultra14enni, col 54% che parla di stabilità negli ultimi 18 mesi, mentre solo il 6% denuncia un’ulteriore estensione del gap tra uomini e donne (ovviamente a favore dei maschi).
Il terzo indicatore è dato dall’affermazione “mi sento più importante in famiglia, nel mio ambiente, nelle attività che svolgo rispetto a 2-3 anni fa”, la quale è condivisa dal 56% delle italiane (un quarto in più rispetto a una precedente indagine del 2001).
In sostanza, la maggioranza (crescente) delle nostre connazionali ha la convinzione di essere più padrona della propria vita, così come di essere più considerata e apprezzata; risulta inoltre più capace e desiderosa di far valere le proprie idee, più attiva, più artefice del proprio destino, più autonoma e indipendente nelle scelte e nelle azioni.
2)
Il rafforzamento del poliedro esistenziale
La tendenza indicata al punto precedente finisce, nel 59% dei casi, nel tradursi in un ulteriore mega-trend: quello, anch’esso basato sulla forza e sull’autonomia femminili, dei mini-cambiamenti nel corso della giornata, della settimana, del mese, dell’anno. Per una cospicua maggioranza delle nostre connazionali contano di più le differenze, le variazioni, al fondo l’esaltazione della prismaticità del proprio ‘io’. Certo, quest’ultimo è richiesto di essere coerente e, nella sostanza, stabile nel tempo ma con cambiamenti parziali, frequenti aggiustamenti e ritocchi, micro-variazioni sul tema.
Tutto ciò si connette - anche nella moda, nelle acconciature, nel trucco, ecc. - al rigetto di ogni imposizione di stile (60%), alla valorizzazione cangiante di facce ogni volta diverse del proprio poliedro esistenziale (49%), dunque al rigetto di un unico look rigido e permanente (65%). Una piccola conferma viene dal copy-test, ossia dalla ricerca sull’ultima campagna pubblicitaria di Camomilla, presentante in annunci-stampa vari prodotti accompagnati da una frase (“oggi mi sento glamour”, “oggi mi sento romantica”, ecc.), la quale ha suscitato un insolito entusiasmo tra le donne intervistate, che hanno colto nella semplice comunicazione del mutare dell’umore giorno dopo giorno una profonda verità, nella quale si sono riconosciute e che risulta insolita nella troppo falsa pubblicità corrente (percepita e criticata come inautentica dal 69%).
Non siamo in presenza di un rifiuto della moda, ma della sua reinterpretazione di massa: la moda viene ora più liberamente scelta per esprimere se stessa, essere creativa, divertirsi e spesso giocare con l’abbigliamento e con gli accessori (tutte tendenze in atto dal 1999 ma ora estesesi – di circa un terzo – a seguito della crisi).
3)
Le donne-Lego
In stretta connessione con le due tendenze appena descritte sta il recente rafforzamento di un trend già noto nell’ultimo quindicennio ma ora assai più diffuso e specialmente amato: si tratta di quello che con termine tecnico viene definito ‘modello combinatorio’. Esso significa la capacità, il gusto, la crescente pratica – da parte delle italiane – del continuo mix (esso stesso cangiante) di ‘pezzi’ diversi in vari ambiti di vita quotidiana.
Un primo esempio viene dall’alimentare, un settore nel quale molte nostre connazionali esercitano la propria intelligente capacità di mescolare – anche per contenere il prezzo complessivo – cibi qualificati e di alto prezzo con cibi medi di prezzo più
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accessibile, magari acquistati in canali distributivi diversi (il pezzo di carne top nella macelleria di alto standing, le pur ottime verdure al mercato ambulante, la bottiglia di vino buono in enoteca, la salsa low price e i tovaglioli carini di carta al supermercato, ecc.). L’esempio migliore e più diffuso resta comunque quello dell’abbigliamento e, più in generale, della gestione del proprio look: è ormai crollato al minimo il ricorso al total look offerto dalle grandi marche o griffes (dal già basso 28% del 2001 si è scesi all’infimo 16% del 2009). In effetti, il 72% delle italiane ultra14enni costruisce mix abbigliamentari, calzaturieri, assortimentali, ecc. ricorrendo, per esempio, a un capo-spalla ‘firmato’ e costoso insieme a una polo comprata in una bancarella, alla cintura dismessa dalla propria figlia, al foulard di marca, sino al prodotto acquistato all’Oviesse o alla Upim.
Certo, per realizzare questo variegato ‘miracolo’ bisogna essere – com’è la gran parte delle donne italiane – autoconsapevoli, sicure di sé, dotate di buon gusto, esperte nell’arte dell’intelligent shopping, attente allo spendere ma senza rinunciare ai risultati, curiose e flessibili, a volte persino geniali. Ma è proprio quel che sta avvenendo sempre di più a seguito della crisi, che aguzza l’ingegno e diminuisce la dipendenza psico-culturale dalle marche e dalle griffes arroganti e dalla loro ‘dittatura’, in un quadro di ‘creatività della consumatrice’ che a volte supera la creatività degli stilisti e dei produttori.
4)
La modifica del rapporto con il proprio corpo
Dalle indagini demoscopiche emerge un netto disassamento tra la rappresentazione del mondo femminile da parte di molti mass-media e la sua effettiva realtà.
Un buon esempio è quello del presunto dilagare sia delle ‘veline’ sia – più in generale – dell’ossessiva attenzione ansiosa al proprio look. È vero l’opposto: la grande maggioranza delle nostre ‘lei’ sta sviluppando un rapporto più sereno e pacato (spesso allegro e
disinvolto) con il proprio corpo, i cui limiti e difetti risultano maggiormente accettati. Si può parlare di una vera e propria crescente confidenza femminile nei confronti della propria fisicità, la quale muta l’attenzione, che resta sempre rilevante, rivolta al proprio corpo: con minor desiderio di una sua radicale trasformazione (cresce il no alla chirurgia estetica ‘pesante’: in tre anni dal 62% al 68%); con una più agevole convivenza con le sue imperfezioni (il 57% afferma “vivo serenamente con il mio corpo e con i suoi difetti”: il 9% in più rispetto a tre anni fa); con un netto rigetto delle immagini idealizzate proposte anzitutto dalla pubblicità e poi dalla televisione e dalla stampa, nell’ambito di una più generale dilagante critica alla falsità e all’inautenticità dei modi con cui le donne sono raccontate dai mezzi di comunicazione di massa e dalla pubblicità (69%: ben il 12% in più rispetto al 2006).
Ciò vale anche per lo specifico ambito della sessualità, oggi vissuta in maniera meno problematica rispetto al 2006 (l’incremento dell’approccio positivo è stato di oltre un sesto in soli tre anni: dal 50% all’attuale 58%).
Nell’insieme, quindi, emerge un’evidente maturazione delle italiane, le quali – subito prima della crisi o nel suo fuoco – dimostrano una singolare (e troppo spesso sottovalutata) capacità di vivere le proprie esperienze esistenziali con intelligente e a volte felice maturità.
5)
La passione per la qualità
Il crac finanziario e la conseguente grave recessione planetaria che gli è seguita hanno avuto un forte impatto anche in Italia, anche sui consumi privati interni; basti dire che solo il 20% delle nostre connazionali non ha ridotto le proprie spese (il 3% le ha incrementate e il 17% le ha mantenute stabili) mentre ben l’80% dichiara di aver diminuito i propri consumi dal gennaio 2008 (in particolare nel Lazio e al sud).
Ciò, però, non deve lasciar pensare in alcuna maniera che la grande maggioranza delle italiane abbia ridotto la qualità dei beni e dei servizi acquistati: è vero il contrario. Il 76% delle ultra14enni afferma di aver ‘difeso’ tale qualità, mentre il 79% dichiara di non avere alcuna intenzione di rinunciarvi nei prossimi due-tre anni. Insomma, per dirla in inglese, non c’è stato alcun fenomeno prevalente di less and worse (meno in quantità e peggio in qualità), mentre domina il less but better, ossia la contrazione dei volumi ma senza peggiorare i propri acquisti o addirittura migliorandoli. Tale modello, che raccoglieva il consenso del 33% delle italiane nel 2004, oggi vale il 61% dell’universo femminile (in particolare dai 25 anni in su, tra le diplomate e le laureate oltre che tra le internaute, nel ceto medio impiegatizio non meno che nei gruppi sociali superiori, tra le lettrici di quotidiani e mensili, presso le spettatrici cinematografiche e coloro che ascoltano la televisione in media meno di 1.5 ore al giorno).
Dovendo ridurre le quantità, anzitutto per il minor reddito disponibile netto oltre che per le accresciute preoccupazioni circa il futuro, ma volendo difendere la qualità con le unghie e coi denti, le nostre connazionali hanno attivato quattro strategie-chiave (non necessariamente tutte insieme):
il rinvio di pochi acquisti ‘importanti’, onerosi (in primis la casa, poi l’auto, il rifacimento di alcuni ambienti, gli elettrodomestici non essenziali, ecc.)
la diminuzione della frequenza d’acquisto di taluni beni o servizi, specie voluttuari (i weekend fuori casa, il mangiar fuori in coppia o con amici, il ricorso all’acconciatore, ecc.)
la rinuncia a lungo o definitiva a consumi non utili e non amati, poco ‘investiti’ psico-culturalmente (varianti da soggetto a soggetto)
il ricorso, assai maggiore che in passato, all’intelligent buying: con ‘sfruttamento’ del monitoraggio e della scelta dell’offerta distributiva, alla ricerca – per lo stesso prodotto – del prezzo minore, delle promozioni, dei saldi ufficiali e non (anche con maggior utilizzo dei discount, dell’ambulantato, delle grandi superfici specializzate, degli outlet, del web, ecc.); con sviluppo dell’acquisto associato (per ‘strappare’ migliori prezzi e condizioni); con riattivazione del baratto; ecc..
Con un’aggiunta rilevante, che riguarda la vera qualità, quella essenziale. È solo questa a venir pretesa senza cedimenti: ciò significa che – accentuando una tendenza già notata prima della crisi – oggi la gente rinuncia volentieri all’overquality, al ‘di più’ di qualità che giudica irrilevante, spesso barocco, quasi sempre inutilmente costoso, spesso riducente la semplicità d’uso (e di stivaggio o di riparazione, ecc.) oltre che l’ecosostenibilità e il risparmio di energia. Oltre al resto, in questi anni difficili, ogni over contrasta con la crescente domanda di sobrietà, essenzialità, moderazione, scarnificazione (pure stilistica). Insomma, viva la qualità che davvero conta e bando al resto!
Le conseguenze sono semplici e nette. Chi pensa, per uscire dai guai presenti, di abbassare la qualità, compie un gravissimo errore: rivedere i prezzi, questo sì è necessario (e non solo fino all’inizio della ripresa); ma fare quality downgrading sarebbe folle. Il mercato italiano chiede qualità (e tanta gente fa fatica proprio per rinunciare ad essa), mentre sui mercati internazionali tutte le prospettive del Made in Italy sono legate – come sempre, più di sempre – alla nostra capacità di garantire una reale top quality: lo chiede l’84% dei nostri clienti all’estero (dato KPMG), per i quali la vocazione storica del nostro Paese è solo quella di mettere a disposizione (delle élites prima e delle emerging middle classes poi) il ‘bello ben fatto’, la miglior sintesi di funzione e di estetica, uno splendido mix di natura e di lavoro umano, di storia e di artigianalità (anche nell’industria), di ingredienti o materiali e di lavorazioni d’eccellenza, di razionalità e di passione.
6)
Il trionfo dei prezzi sostenibili
Già nel 2006 una vasta indagine di Astra Ricerche aveva mostrato che la maggioranza delle italiane non credeva più che esista sempre e di necessità una relazione tra price e quality, molti prodotti di qualità essendo reperibili sul mercato a prezzi convenienti, comunque non nella fascia alta della scala-prezzi del settore. Ora, l’intensità e la diffusione della crisi hanno portato a tre irreversibili certezze collettive: si può trovare la stessa qualità a prezzi più bassi che nel passato (anche recente); la lower cost quality domina e dominerà nei prossimi lustri; gli overprofits industriali e commerciali sono e saranno rimessi in discussione (anzitutto dalla new competition, dall’affermarsi sui vari mercati di produttori e di distributori più efficienti perché o quality & cost leader, o ‘meno esosi’, oppure più realistici e preveggenti nel posizionarsi in fretta all’interno della lower profits economy, che sarà il vero portato della Grande Crisi in atto.
Per capirci, la grande parte delle donne italiane (per l’esattezza l’84% di quelle dai 15 anni in su) non intende più pagare i prezzi a cui sono state abituate dalla produzione e dalla distribuzione, specie nel settore tessile/abbigliamento e nei settori collaterali degli accessori e delle calzature. Siamo di fronte, in effetti, a un fortissimo rigetto dei prezzi ‘storici’, oggi ritenuti non più accettabili e anzi spesso non sostenibili. Se in passato molte donne spendevano per avere qualità, oggi moltissime sono passate dalla cultura dell’high price for high quality a quella del lower price for high quality (laddove la parola-chiave è lower: come a dire che non si pretendono di necessità prezzi bassi ma, appunto, prezzi più bassi rispetto a ieri).
Uno dei risultati più rilevanti di tale dilagante e forte convinzione collettiva risiede nel privilegiamento dei prodotti e specialmente delle marche che hanno un’immagine non di convenienza assoluta (i cosiddetti primi o primissimi prezzi) ma di sostanziale
‘onestà’ del pricing, di buon rapporto qualità/prezzo, al fondo di non derubamento dei consumatori.
7)
La ricerca dei piccoli piaceri della vita
L’universo femminile si è profondamente riorientato a partire dall’inizio di questo decennio/secolo/millennio: già prima della fase recessiva in atto, la quale peraltro ha accelerato i processi precedentemente in corso. Il rigetto (spesso aggressivo e indignato) dei prezzi alti, lo smantellamento dei mito di alcune top brands o griffes, la nuova cultura collettiva della moderazione e della sobrietà, la crescente certezza che la felicità non risieda tanto nelle ‘grandi cose’ quanto nelle piccole gioie esistenziali, tutto ciò e altre realtà minori hanno determinato e determineranno la ricerca insistita delle esperienze e dei prodotti in grado – ‘senza tirarsela troppo’ – di migliorare un poco il bilancio della felicità, di indurre micro-emozioni positive, di favorire e strappare un sorriso.
Ecco perché si deve parlare di goodwill for smiling products and brands, ossia di favore – anzitutto femminile – per i beni, i servizi, le marche (e le comunicazioni: per esempio pubblicitarie) che risultano dotate di tre caratteristiche cruciali: la capacità di dare felicità (happiness giving), la vocazione ad aggiungere un pizzico di allegria e di emozionalità al tran tran quotidiano (spesso banale e/o stressante), il consentire di viversi e di rappresentarsi (di fronte a se stesse e poi di fronte alla platea degli altri) un po’ meglio di come si è oppure al meglio di sé o comunque con un atteggiamento positivo, felice e felicitante.
In questo contesto, le marche ‘buone’, apprezzate e amate, sono quelle smile givers, donanti appunto piccoli piaceri della vita, particelle di gioia quotidiana, coinvolgimento emozionale.
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Una piccola appendice su Camomilla
Questa marca di accessori-moda per ‘lei’ risulta – dalle indagini di mercato svolte da Astra Ricerche nel 2009 – la 3a più nota tra le italiane 18-54enni (la conosce il 67% del campione); identificata anzitutto con le borse e poi con pochette, portatrucco, portafogli, beautycase, bijoux, accessori per i capelli, zaini, astucci scuola, abbigliamento, portagioie, sciarpe, foulard, valigie, trolley, scarpe; con un profilo d’immagine assai positivo (in primis è ritenuta simpatica, allegra, divertente, tenera, romantica, fantasiosa, creativa, con prodotti di ottima qualità, trendy, di successo, moderna, adatta a molte occasioni, con un giusto rapporto qualità/prezzo, valida per regalo). È, questo, un brand di tendenza: non nel senso delle cangianti tendenze-moda, ma nel senso di ‘socialmente trendy’ in quanto assato su gran parte delle spinte evolutive della gran parte delle donne italiane, qui sopra descritte.
Direttore responsabile Andrea Novarino
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