Un’idea molto reggiana che ha trovato ulteriore concretezza con i Giochi del Tricolore, quadriennale festa dei giovanissimi di tutto il mondo, nel 2009 alla quarta edizione. Il racconto del presidente provinciale del Coni Doriano Corghi che li ha vissuti sin dai primordi Doriano Corghi era vice presidente del Coni provinciale di Reggio Emilia quando, nel 1995, scattò la scintilla dei Giochi del Tricolore. Se li immaginarono in cinque persone, non di più, in funzione della ricorrenza della Bandiera che ci unifica, nata a Reggio, non altrove, nel 1797.
“Per quel Duecentesimo – racconta Corghi – con il Presidente del CONI William Reverberi oggi a capo del CONI Regionale dell’Emilia Romagna, ci organizzammo per accompagnare l’evento. Ragionammo allora di un’Olimpiade dei giovani. Una figura chiave fu Anzio Arati, dirigente del G.S. Falck, che si occupava anche di eventi. Nessuna intenzione in noi di far concorrenza al Comitato Olimpico Internazionale, che di giovanissimi non ragionava ancora (nel 2010 Singapore o Mosca ospiterà le Olimpiadi di categoria; ndr). Noi pensammo di rinverdire, attraverso i giovani, valori un po’ perduti come la fratellanza e la solidarietà, oggi più che mai attuali viste le contingenze economiche planetarie”. Come risposero le istituzioni?
Più che bene. Ragionammo di inclusione, termine che a Reggio ha molto senso, per attivare i partner istituzionali - Comune, Provincia, Regione, Camera di Commercio - e far partecipi gli Enti di promozione sportiva. Dovevamo poi verificare le disponibilità dei Comuni limitrofi e, buoni ultimi, a progetto ultimato, gli sponsor. La grande incognita era lì. Come andò, quella prima esperienza, il sodalizio che lei descrive funzionò? Ci fu grande coesione. Fu una gestione molto casalinga, contenemmo i costi all’osso, l’impiego massiccio di volontari fu indispensabile, ne uscimmo stanchi ma felici. Tenga presente che il periodo, agosto, non è il massimo.
Anche Reggio va in vacanza, ma la mobilitazione della città e del territorio riuscì appieno. Il clima di festa fece il resto. Reggio Emilia dà valore al termine comunità; la pratica ogni giorno, dato che ci crede, si attiva. Il bene comune qui è un dato di realtà, non uno slogan.
Cos’altro decretò il successo già all’esordio? Certamente il villaggio olimpico, una costante anche delle edizioni successive. Il villaggio è il dato più aggregante che ci sia. La condivisione di chi a vario titolo lo frequenta, la permeabilità con chi lo accosta, da parente di un atleta o semplice spettatore. Il villaggio non scimmiottava quello delle Olimpiadi vere, era una felice riproposizione, in piccolo naturalmente, ma pur sempre un contenitore per 1.500 atleti provenienti dai Paesi “gemelli”, con relativi accompagnatori.
Qualche problema l’olimpismo l’ha creato? Con Torino 2006, in occasione della 3° edizione del 2005, abbiamo avuto difficoltà serie con il CIO per l’uso del termine Olimpiade, che ci ha portati a riconsiderare tale evento, in questa 4° edizione utilizzando il termine Giochi Sportivi Internazionali del Tricolore. Crescita graduale, in ogni caso, dei Giochi del Tricolore? In senso sportivo, ci siamo allenati e l’allenamento è costanza nella progressione. Siamo cresciuti nel numero dei partecipanti (3.500 nella 1° edizione; 4.500 nella 3°), delle città gemellate con Reggio Emilia e i Comuni della Provincia, delle Città partecipanti, così come delle proposte sportive e culturali, oltre alla importante presenza degli sponsor. Tutto è gratuito, nessuno è pagato? Il pubblico non paga per assistere, chi opera per i Giochi lo fa a titolo gratuito.
Le spese riguardano l’organizzazione più in generale, materiali, o attrezzature che ci mancano: il tavolato per la ginnastica, i tappeti per il Judo, il supporto del cronometraggio per alcune iniziative. Magari i costi li si anticipano e poi si viene rimborsati. Rispetto all’esordio quanti siete, in termini di responsabilità? È una comunità comunque piccola, dai quattro cinque si è passati a otto, nove persone impegnate con compiti di responsabilità nei diversi settori. I volontari sono sicuramente almeno un migliaio.
Il direttore dei Giochi, Edmondo Grasselli, è comunque nuovo. Grasselli nuovo è un modo di dire. E’ una persona di grande esperienza, che ha seguito tutte e tre le Manifestazioni.
Prima era responsabile del Servizio Sport presso l’amministrazione provinciale, dove da sempre si è occupato degli scambi culturali e sportivi con i Paesi gemellati con la Provincia. Oggi riveste il ruolo di assessore alle politiche giovanili presso il Comune di San Polo d’Enza. Per tutte queste ragioni il Comitato Organizzatore lo ha designato Direttore dei Giochi. Di nuovo, nell’edizione di quest’anno, cosa ci sarà? Questa 4° edizione si è arricchita della presenza degli Enti di promozione Sportiva, CSI e UISP che avranno un ruolo più diretto nel supportare con propri arbitri e giudici l’organizzazione dei tornei sportivi, oltre a promuovere iniziative collaterali ai Giochi, di carattere culturale e sociale; del Comitato Italiano Paralimpico che promuoverà una rassegna di attività sportive riservate ai diversamente abili, di Reggio nel Mondo, che cura i gemellaggi del Comune capoluogo e della Fondazione per lo Sport del Comune di Reggio Emilia.
E i Comuni limitrofi, tutti schierati come nel 2005? Non abbiamo avuto ad oggi rinunce significative rispetto all’ultima edizione. La partecipazione dei Comuni è una libera scelta che comporta un impegno economico in ragione del numero degli abitanti, sino a un massimo di 1.500 euro.
Oggi sempre più dobbiamo che fare i conti con la crisi economica che investe il nostro Paese e che non lascia indenne anche lo sport. Si spieghi meglio. Ci troviamo di fronte ad uno scenario che mette in dubbio la tenuta del movimento sportivo, che coinvolge fortemente il mondo sportivo dilettantistico e la famiglia in modo particolare, a fronte di una diminuita frequenza dei ragazzi ai centri, a causa della difficoltà da parte delle famiglie nel fare fronte alle quote per la frequenza ai corsi. L’impegno nostro, e qui i Giochi non c’entrano, è quello di non lasciare a casa nessuno. E allora in parecchi si rimboccano le maniche. Orgoglio reggiano, se non guasta. L’orgoglio è un sentimento buono, quando non si eccede.
Da noi fare per chi non ha o ha meno è un dato quasi genetico, coltivato sin da piccoli. E’ un modo per fare rete, mentre altri la predicano in ipotesi. Lo registriamo anche nelle società sportive del Reggiano, anch’esse in difficoltà, ma non demordono.
Da ultimo, la Fondazione per lo Sport, che a Reggio ha sostituito l’Assessorato allo Sport. Cosa ci può dire? Unica nel suo genere in Italia, è uno strumento importante, condiviso dall’intero movimento sportivo reggiano, che ha il compito di occuparsi della gestione degli impianti sportivi, ma è anche strumento a supporto di tutte le società sportive, nello sviluppo e nella promozione sportiva giovanile.
Reggio, le dicevo, tende a includere, nei fatti non a parole.
Direttore responsabile Andrea Novarino
reg. tribunale di Torino n° 5930 del 17/01/06
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