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Lea Pericoli compie ottanta anni

Lapo Elkann Lea Pericoli  Flavia Pennetta
Lea Pericoli , “madrina del tennis italiano” soffia ottanta candeline, con la consueta eleganza e il sorriso di nella vita ha saputo combattere e vincere tante battaglie anche fuori dal rettangolo di gioco
 
E’ sempre abbastanza complicato avere la bravura di racchiudere in poche parole quello che Lea Pericoli, la “Divina”, ha rappresentato e rappresenta ancora oggi per il tennis, ma nel giorno del suo compleanno è impossibile non renderle omaggio: giocatrice di alto livello, cronista sopraffina e madrina, anzi
“ambasciatrice” del tennis italiano.
Certo, non è buona cosa “rivelare” l’età di una signora, ma la cifra tonda di candeline sulla torta di questa “ragazza” milanese del 1935 che oggi compie gli anni, meritano un augurio speciale. Del resto i risultati parlano da soli: raggiunse per tre volte gli ottavi di finale a Wimbledon e in quattro occasioni ci riuscì anche al Roland Garros, senza dimenticare le soddisfazioni ottenute nel doppio, comprese le cinque finali giocate a Roma. La vittoria del “trofeo di casa” purtroppo non è mai arrivata, ma Lea Pericoli non ha rimpianti, rimane comunque la tennista italiana ad aver vinto più campionati nazionali assoluti, ben 27 (10 in singolare, 11 in doppio e 6 in misto).
Eppure la sua carriera rischiò di finire ancor prima di cominciare. A 17 anni, al suo rientro in Italia dopo gli anni trascorsi ad Addis Abeba (su padre vi si era trasferito per lavoro negli anni della colonizzazione del regime fascista) e a Nairobi (trascorse due anni in un collegio in cui era l’unica italiana: un periodo non semplice, ma fu proprio allora che scoprì il suo amore per il tennis, grazie anche alle sue importanti doti atletiche), disputò alcuni tornei e li vinse senza problemi. Venne “ingaggiata” quindi dal Tennis Club Ambrosiano, ma dopo la vittoria di un altro torneo si scoprì che l’iscrizione non era stata effettuata in maniera completa. Lea Pericoli allora decise di firmare per un altro circolo, e la federazione la convocò minacciando la squalifica a vita per doppio tesseramento. Alla fine trascorse altri due anni in Svizzera, in un collegio di Losanna, ma l’amore per il tennis era troppo forte e quella giovane ragazza milanese tornò in campo diventando una delle più forti del suo tempo.
Gli insegnamenti del padre, suo primo maestro ai tempi del Kenya, e quegli allenamenti a quasi 2.500 metri di altitudine le erano serviti molto, le permisero di riuscire a giocare un tennis fatto di regolarità e resistenza, ma Lea Pericoli faceva parlare di sé anche per la sua straordinaria bellezza, che gli valse l’appellativo di “Divina”, e per gli “outfit” con i quali scendeva in campo (prima di lei nessuno aveva mai visto un gonnellino a Wimbledon), già un passo avanti (magari anche due) per l’epoca. Quando colpiva la palla con il dritto, il vestito corto fino alla coscia iniziava a roteare scoprendo l’indumento sottostante, un’immagine rivoluzionaria che cambiò per sempre il destino di Lea Pericoli.
Da quei primi articoli sul torneo di Wimbledon scritti quasi per caso per “Il Giornale” di Indro Montanelli infatti, ne è passata di acqua sotto i ponti, comprese le innumerevoli (e stimolanti) telecronache del Roland Garros e del torneo di Montecarlo, insieme a quel Nicola Pietrangeli (altra pietra miliare del tennis azzurro) con il quale ha un rapporto veramente speciale. E’ impossibile, infatti, anno dopo anno, non scorgerli sulle tribune del Foro Italico (o durante un appuntamento di Coppa Davis), con la consueta eleganza che da sempre li contraddistingue e con la grande passione che li ha sempre tenuti indissolubilmente legati a questo sport.
E proprio a Pietrangeli Lea Pericoli ha dedicato pure un libro, intitolato “La dolce vita” (con il quale tra l’altro ha anche vinto il premio ‘Gianni Brera’), ma oggi la festa è tutta per lei, per la signora del tennis italiano. Non è un caso se, dall’alto della sua generosità, abbia fatto sapere di non volere regali, invitando chiunque avesse voluto farlo a realizzare invece un offerta per i bambini meno fortunati, ma in una giornata come questa si deve comunque festeggiare. Auguri quindi alla divina Lea Pericoli, la Carla Fracci del tennis italiano e mondiale.
 
Lea, che oggi ha dei capelli bianchi portati con grande fierezza, ha i cassetti pieni di cose da raccontare.
 
Insieme al tennis, l’Africa è il vero grande amore della sua vita?
«In Etiopia mio padre mi fece un meraviglioso regalo: un campo da tennis in un magnifico bosco. E' lì che ho cominciato a giocare. Ero piccola e gracile: Addis Abeba è a 2400 metri e svenivo per la fatica. Oltre al tennis, ho amato l’equitazione che è stata la mia grande passione da bambina. Oggi pratico il golf».
 
Una carriera tennistica piena di grandi soddisfazioni: ritiene che avrebbe potuto vincere di più? 
«Con estrema sincerità non ho rimpianti, è una dote di saggezza. Ho battuto tre grandissime campionesse che hanno trionfato a Wimbledon: Ann Haydon, Virginia Wade e Billie Jean King. Dovevo lavorare perché avevamo perso tutto in Africa, il tennis era un lusso. Sveglia alle 6.30, di corsa in Vespa all'Ambrosiano di Milano, poi alle 8.30 alla mia scrivania in Via Verri dove ero segretaria in una ditta di import export. Alle 12.30 di nuovo a giocare un paio d’ore per poi tornare in ufficio».
 
Come è cambiato il tennis da quando lei giocava e vinceva?
«Non si possono fare paragoni tra il tennis di ieri e quello di oggi. Un tempo il tennis era un gioco romantico, riservato a dilettanti che non potevano toccare denaro; oggi è uno sport ricchissimo praticato da professionisti. Ma se mi chiedessero in che epoca vorrei rinascere direi quella attuale. Ricordo il primo torneo open che ho vinto: 400mila lire, niente rispetto a oggi. Eravamo dei sognatori che giravano e si divertivano, non avevamo uno staff. Io ero carina e mi facevo invitare a cena, sennò per risparmiare mangiavo da Pizza Pino».
 
Come sono secondo cambiate, secondo Lea Pericoli,  le tenniste?
 
«Le tenniste oggi hanno raggiunto la parità con gli uomini. I premi sono identici, anche se tra le signore esiste un dislivello enorme tra le primissime e il folto gruppo di comprimarie. Gli uomini lottano dal primo turno, mentre tra le donne nei primi scontri difficilmente si registrano grandi sorprese ».
 
C’ è una tennista al giorno d’oggi in cui Lea Pericoli si rivede?
«Più che rivedermi, Flavia Pennetta è la figlia che avrei voluto avere e non ho mai avuto. La adoro: è tenera, gentile, tutte le volte che viene a Milano mi telefona».
 
 
Con la sua consueta sintesi ci descrive il tennis di oggi? 
«Lo trovo molto muscolare e monotono. Amo Roger Federer, è la perfezione. La magia del suo tocco ti fa sognare».
 
Classe ed eleganza la accompagnano da sempre: c’è uno stilista che ama di più?
«Amo lo stile di Giorgio Armani, ma ho una visione molto personale della moda. Per quanto mi riguarda, essere alla moda non significa essere elegante».
 
Qual è la tennista più fashion?
«Sicuramente Maria Sharapova».
 
Nella dolce vita degli anni 60, applicata al tennis, era presente anche l’immenso Nicola Pietrangeli….
«Un grande talento con poca volontà. Lui sostiene che avrebbe vinto di più, ma si sarebbe divertito meno. Nicola è un pezzo della mia vita, nella mia casa di Milano ha la sua stanza».
 
Ci può raccontare la storia delle mutandine di pizzo a Wimbledon.
«Ted Tinling, ex tennista e creatore di moda, mi chiese di indossare i suoi abiti. Giocai con culotte e sottoveste rosa quando ancora si usavano gonne lunghe sino alle ginocchia. Affrontavo la spagnola Pepa de Riba sul campo n.4, mi girai e mi ritrovai i fotografi sotto il sedere. Persi e uscii piangendo. Il giorno dopo ero su tutti i giornali, mio padre si infuriò e mi vietò di giocare ancora».
 
Lei è una vera eroina e non solo per il tennis, perché ha vinto la sua battaglia più dura contro il tumore….
«Quando me lo hanno diagnosticato nel 1973 sono quasi svenuta dalla paura. Raccontarlo è stata una liberazione: dopo 6 mesi ho vinto gli assoluti. Mi chiamò Umberto Veronesi per chiedermi di dedicarmi alla lotta contro il cancro. Ho subito un altro intervento 2 anni fa».
 
Cosa significa per lei essere testimonial, dal 1973, della ricerca sul cancro?
«Un’occasione quotidiana per far capire alla gente che il male può essere sconfitto se affrontato e combattuto nei tempi giusti. Poi con la Fondazione "Il tennis per vita", insieme con Nicola Pietrangeli e Antonio Ricci, diamo una mano ai bambini oncologici: lì c’è veramente bisogno di tanto amore».
 
Ma alle donne consiglia di fare sport?
«Le dico la verità: lo sport agonistico fa male alle donne, le ammazza. Ma si può pur sempre ritrovare un briciolo di femminilità, magari con delle mutandine di pizzo: io le mettevo sotto il gonnellino. Per farmi notare, è la verità. Tanto un "dritto" o un "rovescio" mi venivano bene o male anche con dei brutti mutandoni»
E’ già pronta per la festa che i suoi tanti amici le hanno preparato per festeggiare il raggiungimento di questo traguardo? 
«Non voglio fiori, non voglio regali. Chiedo a quelli che vengono di mettere una busta anonima con dentro quello che vogliono - anche 5 euro, anche un euro - per i bambini malati di cancro». Insomma, una vera lady, come ne restano poche.
 
Da giovane amazzone “spericolata” nelle sconfinate distese dell’Africa orientale a lottatrice mai doma dentro e fuori dal campo, gli 80 anni della Pericoli sono stati caratterizzati dall’intensità, la curiosità, la passione e l’eleganza con cui Lea ha saputo costruire la propria vita, di cui “ho apprezzato ogni minuto”. E, dopo i primi 80 anni, l’avventura continua…Buon compleanno incantevole Fatina Lea..!!!
 
                                                                                                                                                                                   Saverio Albanese
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