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INDICE

LUCIANO GERINI - Windows Wide Shut

MAG 2009



LUCIANO GERINI - Windows Wide Shut S’inaugura domenica 17 maggio 2009, alle ore 18 presso l’ECAA, la Ex Chiesa Anglicana di Alassio, la mostra personale di Luciano Gerini, intitolata “Windows Wide Shut” (finestre completamente chiuse)

Organizzata dall’ECAA e dall’Assessorato alla Cultura, e sponsorizzata da Ottica Ottobelli di Alassio, questa mostra è curata da Nicola Davide Angerame e dal duo LeKokoDuo Ensemble. La mostra presenta una selezione di ultimi lavori inediti di Gerini: fotografie, videoinstallazioni, installazioni e dipinti.

La mostra resterà aperta fino al 14 giugno 2009, con ingresso libero e orario: da giovedì a domenica ore 15 - 19. (ECAA - Via Adelasia 10, Alassio – dietro stazione ferroviaria). Il catalogo ospita una presentazione “opera d’arte” di Luigi Ontani e testo critico di Nicola D. Angerame ed è disponibile in galleria gratuitamente. 

“Lo scorso anno – spiega Marco Melgrati, Sindaco di Alassio - si è celebrato il 140esimo anniversario dei rapporti bilaterali tra l’Italia e la Thailandia. Questa mostra rende omaggio e celebra l’incontro artistico di due nazioni che hanno una storia antica e tradizioni millenarie e che nell’ottocento si sono incontrate anche grazie al lavoro pionieristico di italiani che alla Thailandia hanno dedicato la propria vita, come il fondatore della prima università thailandese, Corrado Feroci, o come il colonnello Gerini, prozio dell'artista” 

“Luciano Gerini appartiene ad una delle più antiche famiglie di Cisano sul Neva, presenti fin dalla fondazione della città nel tredicesimo secolo – spiega Monica Zioni, Assessore alla Cultura e al turismo di Alassio -. La sua formazione è avvenuta a Genova, città dalla lunga tradizione esplorativa. Da anni vive e lavora tra Alassio e la Thailandia. Pochi artisti conoscono come lui la cultura, le usanze e la storia di un popolo che grazie a questa mostra sarà da oggi più vicino a noi. Da anni Gerini crea le proprie opere d'arte, dalla fotografia ai dipinti dall'installazione al video, alimentandosi di visioni “rubate” al mondo thailandese ma anche al paesaggio marino di Alassio. Le immagini dei riflessi prodotti dall'acqua vedono Alassio nella veste inedita di scenografia irriconoscibile ma tanto più intensa poiché le sue acque sono trasformate in luci dall'obiettivo fotografico di uno sguardo, quello di Gerini, che cerca l'istante e trova l'eternità”

Testo di Luciano Gerini
 

Windows wide shut. Innanzi tutto dimenticate le finestre e concentratevi sul paradosso. E' necessario chiudere la finestra e rimanere nel buio prima di poterla riaprire, cioe'  vedere la realta' nella sua intima bellezza e pienezza di significato.,

Concentrandosi nell'eterno mutare dei riflessi su una superfice d'acqua, il mare, un lago, un fiume, la mente chiude ad una ad una le finestre aperte al flusso continuo di pensieri creati dalle preoccupazioni, dai problemi, dai desideri sino a serrarle tutte per poter finalmente aprirsi alla consapevolezza del vedere in questa condizione di “wide shut”

Vedere  non e' il semplice guardare ma l'istantanea percezione di essere “uno” con il veduto ed oltre ad esso con la cultura e la tradizione cui  esso appartiene.

Windows wide shut nasce come installazione multimediale site-specific alla Anglicana, un tempo luogo di culto della comunita' Britannica di Alassio poi libreria civica, che viene trattata dall'autore come tempio dell'arte, serrando le finestre della razionalita' per poter spalancare quelle della consapevolezza.

Nell'installazione, mentre la serie dei “Maestri”  (otto ritratti fotografici pastellati a mano, inseriti in collage in acri-vinilici su cartone telato 40x50) rappresenta un riconoscente omaggio ad alcuni degli artisti che hanno, in tempi diversi e diversa maniera,  ispirato l'autore nel coltivare ed affinare l'esperienza artistica del vedere, il video  e lo slide-show (sessanta foto digitali proiettate in loop) delle water-reflexions creano la “base ritmica”  per la “melodia” intessuta dagli altri media : le ink-jet monoprints, i phrabot  ed i  nangtalungs.

LUCIANO GERINI - Windows Wide Shut Le sessanta  ink-jet monoprints (foto diglitali  stampate 24x30 in unico esemplare), rappresentano altrettante finestre su esperienze di vedere, occorse all'autore, in differenti Paese e differenti culture.

I diciotto phrabot-banner (acri-vinilici  su seta cruda Thailandese tessuta a mano 200x100) e le diciotto nangtalung-shadow (sei 60x60 e dodici 40x40 intagli in cuoio portato alla trasparenza e colorato con inchiostri naturali ) costituiscono altretante domande paradossali senza possibile risposta razionale: i koan della pratica Zen.

La scelta dei phrabot-banners deriva dalla tradizione dell'arte Buddhista: i prhabot sono, in origine, stendardi riproducenti episodi della vita del Buddha offerti in dono ai templi, spesso a memoria e maggior gloria degli antenati. L'autore, seguendo questa tradizione, presenta in questo tempio la propria verita' artistica dedicandola ai suoi Maestri.

I nangtalung-shadows sono le “ombre” colorate usate nel piu' antico e tradizionale “teatro delle ombre” del Sud della Thailandia. L'autore usa l'antica arte dei nangtalung intagliati in cuoio, colorati con  inchiostri naturali e proiettati su schermo bianco, per rappresentare, ancora e di nuovo, il paradosso del “riflesso” come unica esperienza possibile della realta'

Sia i nangtalung-shadows che i  phrabot-banners sono koan proposti dall'autore al pubblico, usando media e, spesso, soggetti provenienti da Culture affatto diverse, per dare testimonianza della possibilita' universale, del sentimento d' identita' e consonanza con la diversita', quando  s'impari a “vederla”,  spalancando la finestra della consapevolezza dopo d'aver fatto, dei canali del flusso di pensiero razionale, delle  windows wide shut .    
 

La nuova mostra di Luciano Gerolamo Gerini prende spunto dal titolo dell'ultimo film di un regista cult come Stanley Kubrick per approdare ad una poetica che trova nella “micro-illuminazione” il suo motore. “Windows wide shut” prende le mosse da un paradosso”, secondo le parole di Gerini: “E' necessario chiudere la finestra e rimanere nel buio prima di poterla riaprire, cioè vedere la realtà nella sua intima bellezza e pienezza di significato.

Tutto ha inizio dai riflessi sull'acqua, un lavoro fotografico iniziato vent'anni fa e ancora oggi fonte inesauribile delle opere successive di Gerini. E' ancora lui a parlare: “concentrandosi nell'eterno mutare dei riflessi su una superficie d'acqua, che sia il mare, un lago o un fiume, la mente chiude ad una ad una le finestre aperte al flusso continuo di pensieri creati dalle preoccupazioni, dai problemi, dai desideri sino a serrarle tutte per poter finalmente aprirsi alla consapevolezza del vedere in questa condizione di wide shut”. Questo paradosso trova un senso più profondo del semplice significato attribuito comunemente alle parole come specchio del reale. “Vedere - continua Gerini - non è il semplice guardare ma l'istantanea percezione di essere “uno” con il veduto ed oltre ad esso con la cultura e la tradizione cui esso appartiene”.

“Windows wide shut” nasce come installazione multimediale site-specific ospitata nello spazio dell'Ex Chiesa Anglicana di Alassio, un tempo luogo di culto della comunità inglese che ad Alassio ha prosperato degli anni settanta dell'Ottocento fino agli anni trenta del XX secolo. Gerini considera lo spazio dell'Anglicana come un “tempio dell'arte”, un luogo dove è possibile “serrare le finestre della razionalità per poter spalancare quelle della consapevolezza”.

La mostra-installazione è pensata come una polifonia di “voci-opere” che s'intrecciano per formare un canto armonico e complesso, in grado di raccontare il mondo dell'artista e la realtà così come egli la vede. La base ritmica di questo “concerto” è data dal video e dallo slide-show (circa sessanta foto digitali proiettate su un maxischermo) della serie delle “Water-reflexions”. Sono immagini “rubate” alle acque di mari, laghi e fiumi mentre riflettono oggetti e situazioni del mondo “asciutto” e (apparentemente) immutabile. La realtà che si specchia nell'acqua perde la propria materialità e la propria forma, entrando in una dimensione liquida, continuamente cangiante e irripetibile. I riflessi d'acqua, che Gerini scrive con la “x” per includere il senso inglese della reazione nervosa, sono così il banco di prova su cui l'artista mette a punto la propria poetica dello sguardo come involontaria micro-illuminazione che giunge attraverso una preparazione specifica della percezione che si avvale della chiusura totale dell'intelletto a favore di un potenziamento della sensibilità. “Riflettiamo sulla realtà – spiega Gerini – perché non potremo mai conoscerla. Quello che abbiamo di lei è soltanto il riflesso al quale reagiamo istintivamente ed emozionalmente. Da qui nasce il “vedere” ma non nel senso di osservare o analizzare, bensì nel senso di assorbire ed essere assorbiti”. Ma il vedere nasce solo dopo aver controllato e interrotto quello che Gerini chiama “random complexity”, la complessità casuale che si produce da quel continuo ed incessante “lavorio della testa, un muto colloquio interno” che intreccia le sensazioni, le idee, le memorie più lontane in una tempesta cerebrale continua che non ci dà tregua, ed a cui siamo talmente abituati da reputarla “normale”. Una volta messo a tacere questo lavorio è possibile diventare ricettivi nei confronti della realtà così come si presenta a noi. Da qui nascono anche gli “Urban-reflexion” immagini scattate a superfici specchianti disseminate nella città: dalle vetrine dei negozi alle finestre dei grattacieli passando per pozzanghere e cabine telefoniche.

Gerini diventa egli stesso il luogo d'incontro tra un Occidente tecnologico, innamorato dell'immagine e della fotografia, e un Oriente che esprime il proprio amore per l'esistenza nella semplicità di un “gesto”, l'annullamento del Sé, che agli occhi dell'Occidente appare come un percorso al limite dell'incomprensibile, così come appare al limite del sensato l'idea di vivere l'attimo presente al di là del passato e del futuro, due dimensioni che non possono godere del medesimo statuto di realtà del presente, unico e autentico esserci del qui e ora.

La realtà si dà a noi soltanto in forma di riflesso. E dai riflessi prendono forma i dipinti di Gerini che in occasione della mostra alassina assumono l'identità di “Phrabot-banners”. I phrabot derivano dalla tradizione dell'arte Buddhista e sono, in origine, stendardi riproducenti episodi della vita del Buddha offerti in dono ai templi, spesso a memoria e maggior gloria degli antenati. Con un atto di libera appropriazione, Gerini assume il phrabot come oggetto di dialogo e come supporto di una pittura astratta e informale che cade sulla seta tessuta a mano e colorata con tinte sgargianti. La verità artistica dell'autore e quella millenaria dell'oggetto devozionale vengono messi in cortocircuito nel rispetto formale di una ricerca della verità che come un fiume piò separarsi in mille rivoli per congiungersi in un unico letto più a valle.

La terza serie in mostra prende spunto ancora una volta dalla tradizione thailandese più antica. I “Nangtalung-shadows” sono una serie di circa 20 pannelli, spesso trittici e quadrittici, costruiti da maestri thai secondo le regole ancestrali delle maschere e dei fondali dell'antico teatro delle ombre thailandese. La loro particolarità consiste nell'essere “ombre” colorate. Nata nel Sud della Thailandia, l'arte dei nangtalung, intagliati nel cuoio reso trasparente da una lavorazione laboriosa e colorati con inchiostri naturali, offrono le immagini che vengono poi proiettate su uno schermo bianco. Sono storie di corte e di dei, al cui centro sta il Talok, il giullare, il buffone che può dire “il re è nudo”. Gerini se ne impossessa rappresentandosi in autoritratti in vesti di Talok sui suoi nangtalung, appositamente disegnati ed in parte dedicati anche ai riflessi d'acqua.  Ancora una volta si offre il paradosso del “riflesso” come unica esperienza possibile della realtà. L'ombra è la metafora del nostro comune guardare, che da Platone e Buddha fino a Gurdjieff, è considerato come un atto di autoinganno, come una deiezione, una caduta, nel mondo delle ombre e del riflesso, dove la luce pura o ciò che essa direttamente illumina è precluso.

Gerini intende i suoi nangtalung-shadows ed i phrabot-banners come “koan” da proporre al pubblico. Nella tradizione zen un koan è un fulmineo componimento che esprime la sensazione di un disvelamento istantaneo della realtà, ma nella forma di una rapida apertura di sipario e di un'altrettanto rapida sua chiusura. Come uno scatto fotorafico effettuato senza pellicola. “I koan - spiega Gerini - costituiscono altrettante domande paradossali senza possibile risposta razionale”. Da qui il loro fascino assoluto. Usando media differenti e soggetti provenienti da culture diverse, Gerini testimonia della possibilità di giungere ad un sentimento universale, ma anche del suo difficile conseguimento. Non è semplice ma imparare a “vedere”, spalancare la finestra della consapevolezza. Liberare i nostri canali ricettivi dal flusso del pensiero razionale significa chiudere le finestre attraverso cui guardiamo il reale in quanto riflesso per accedere finalmente alla percezione di un istante che dispiega in sé la forza dell'eternità.

Ad alcuni di loro che vi sono riusciti attraverso l'arte è dedicata una serie di otto ritratti fotografici intitolata “Maestri”. Cartier-Bresson, Duchamp, Man Ray, Accardi, Ontani, De Dominicis e il grande artista thailandese Tawan Dachani rappresentano un riconoscente omaggio che Gerini tributa ad alcune figure che, come egli stesso racconta, “mi hanno, in tempi diversi e in diversa maniera, ispirato nel coltivare ed affinare l'esperienza artistica del vedere”. La mostra si chiude sulla serie di ink-jet monoprints, foto diglitali stampate in unico esemplare che rappresentano altrettante “finestre” sull'esperienza del vedere, occorse all'autore in luoghi e momenti differenti. "In momenti – come dice il Federico Fellini amato da Gerini – in cui le cose non ti pesano; non vai a bagnare tutto con la tua persona, come un'ameba. Le cose diventano innocenti perché togli di mezzo te stesso". 
 
 
 

Scrive Gerini di sé sul proprio website:

Lo zen ha profondamente influenzato l’arte, almeno in Oriente, e tale influenza ha dato vita a particolari forme di espressione artistica, che esistono oramai da secoli, con le loro regole e la loro storia.

La mia ricerca artistica, che dura da oltre trent’anni, pur trovando il suo fondamento in alcuni principi di base del pensiero zen (qui e adesso, mente vuota e concentrata, comunicazione dell’incomunicabile, immediatezzza e semplicita’ di azione)  non appartiene, evidentemente, ad esse e neppure pretende essere una pratica dello zen attraverso l’arte.

Suo fondamento e’ il "vedere" inteso come atto spontaneo ed irrazionale, distinto e totalmente diverso dal superficiale guardare o dall’attento osservare.

"Vedere" e’ farsi subitaneamente sorprendere dalla realta’ pura e semplice del "veduto" ed immedesimarsi in esso, comprendendone l’intima essenza, al di fuori della razionalita’, senza domande e senza risposte.

In tale pratica artistica il "vedere" ha trovato, storicamente, la sua prima e spontanea rappresentazione con la fotografia, mezzo tecnico semplice ed immediato e quindi perfettamente funzionale ad essa.

Col tempo, la spinta a togliere, alla rappresentazione del "veduto", anche quel tanto di contingente e di superfluo che essa poteva conservare con la fotografia, ha portato ad affiancare ad essa, la pittura e le arti plastiche, che ne consentono una ancor piu’ essenziale rappresentazione; il desiderio di favorire un piu’ intimo coinvolgimento nel momento espositivo, ha, infine, prodotto le installazioni quale tentativo di creare una situazione loco-temporale in cui far scaturire l’esperienza del "vedere".

Principio tecnico fondamentale di questa pratica artistica e’ l’immediatezza e l’unicita’ di esecuzione: l’opera. una volta iniziata, viene ultimata in un unico contesto temporale, perdurante l’emozione del "vedere",  senza soluzione di continuita’, senza ulteriori riflessioni o ripensamenti.

Sua base concettuale e’ la consequenzialita’ dell’atto creativo ai quattro principi dello zen, adattati alla pratica dell’arte:

Una speciale trasmissione extra-testuale = arte scevra da elementi esplicativi o   referenziali

Indipendenza dalle parole o dalla lettera =  arte non condizionata o ispirata da  modelli o correnti

Riferimento diretto all’anima dell’uomo   =   arte che parla direttamente all’anima  e non all’intelletto

Visione della propria intima natura         =   arte che non esprime l’oggettivita’ del "veduto" ma la soggettivita’ del "vedere”

“Windows Wide Shut”Ho sostituito "windows" ad "eyes" sia per non fare una citazione pedissequa del titolo di Kubrick sia perche' l'idea (e l'immagine) della finestra (o delle finestre) sara' ricorrente nel lavoro, quasi a costituire un fil-rouge della mostra, che vorrei impostare come una complessa installazione "site-specific" che coinvolga l'intero spazio con un intrecciarsi dei vari media (pittura, fotografia, video, sculture) creando uno "spazio della memoria" o per meglio dire un luogo un po' magico ed un po' straniato in cui ritrovare le limpide visioni del "post-disorientamento" della coscienza o dell'occhio che ha superato "l'accecamento" temporaneo e necessario per giungere alla "visone e comprensione" 
L'idea mi viene da un commento al film in un libro di Annette Michelson (la psicologa e critica d'arte americana) e precisamente il seguente: E' mediante la "coscienza del disorientamento" [che si fa esperienza di] (...) che cosa significa veramente guardare, imparare, conoscere, vedere". 
"La coscienza del disorientamento"  e' precisamente cio' che (....) consente di giungere a una piu' profonda comprensione del mondo, e l'occhio e' ovviamente lo strumento privilegiato attraverso cui tale conoscenza si rende possibile, poiche' "occorre attraversare l'accecamento per imparare nuovamente a guardare, conoscere e riconoscere la scena del mondo".

Vorrei usare questa citazione come "concetto" della mostra stessa dato che trovo una sorprendente corrispondenza tra "la coscienza del disorientamento" della Michelson e quello che io ho definito in passato "to let onself be surprised" e tra "che cosa significa veramente gurardare, conoscere vedere" e quello che io ho sempre definito semplicemente "to see". 

RECENTI ESPOSIZIONI di Luciano Gerini: 

2005 , Queen Sirikit Art Gallery – Bangkok  - In  dedication of Gallileo Chini “Colours of Asia” “The River, Nature, Mankind and Myth”            (polycrome ceramics installation)

2005, Silpakorn Art Center – Bangkok – M.A.P. Contemporary Art Exhibition “Sea Memory Mapping” installation: 15 photographies (Ektachrome  30x40) reflection on sea, 10  watercolors “Memory of Andaman Sea”,  10  acrylics on olycarbonate “Reflections on the Ligurian Sea

Mapping of Lost Souls at Sea” installation : terracotta masks (Ligurian and Thai fishermen) on sand inspired by the research on the Ligurian Sea and the Andaman Sea

New Life Mapping” two mixedmedia(coral, shells, wood, watercolor on paper)

Phra Nakhon Khiri”, watercolor on rice paper (50x100)

2006, Phra Nakhon Khiri, Petchaburi, "In the Footstep of Col. Gerini"Thailand,installation: three channels video and readymades

2007, "Art for Africa" : February - Benevento Museo di Arte Contemporanea, March - Neaples PAN, April - Rome, May - Telese Terme - Terme : two acrylics on canvas "water reflexions"

2007, "Shoot Art" : May 3rd - May 6th, Vesuvio Expo - Ercolano (Neaples), painting and LoKo mobiles ®,

2007, "Reflecting on Reflections"July 16th - July 31st,  Bangkok Silpakorn University - faculty of Decorative Arts - the Gallery of Art and Design - site specific installation: 4 videos, one slideshow, 54 acrylics on canvass, 54 photographies, 4 LoKo mobiles®, readymades

 
Testo di Nicola Davide Angerame
 
 
 

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