Lezioni Americane di Giorgio Albertazzi a Torino

Post by: 14 Dicembre 2013
lezioni-americane-iL’impresa è ardua: trasferire sul palcoscenico le parole di Italo Calvino, e non parole di racconti ma di un ciclo di sei conferenze che Calvino avrebbe dovuto tenere presso l’Università di Harvard nell’anno accademico 1985/1986. Il tema da trattare, di libera scelta, che riguardasse ogni forma di comunicazione poetica (letteraria, musicale, figurativa), per lo scrittore divenne “alcuni valori letterari da conservare
nel prossimo millennio”: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità, il cominciare e il finire. Giorgio Albertazzi ha portato in scena da martedì a domenica scorsa al Teatro Erba di Corso Moncalieri 241, nella ridente città della Mole, la lezione sulla leggerezza, un grande insegnamento per tutti i portatori sani di scrittura e arte in generale. 
E ci riesce, con un palcoscenico che mostra pochi essenziali elementi: una scrivania ingombra di libri e di una macchina da scrivere, dei quadri accatastati in cui sono rappresentati visi trasparenti, occhi sfuggenti, figure inafferrabili come la leggerezza. Una giovane violoncellista commenterà con il suo strumento alcuni momenti del racconto. Immagini verranno proiettate sul fondale. 
Albertazzi diventa insegnante pronto a trasmettere e a ordinare i valori della letteratura aiutato da una giovane studentessa che gli porrà la domande fondamentali per capire, per andare a fondo, per analizzare. E si comincia.
Albertazzi diventa Calvino: la parola è in primo piano, l’impegno è di rappresentare i valori della leggerezza. La studentessa impugna una videocamera, riprende tutto: sul fondale, mentre l’attore parla, si riflettono le immagini delle sue mani, del suo volto, particolari che sottolineano la materialità delle parole. “ho molta fiducia in chi ascolta: non è tanto importante capire, l’importante è sentire”, dice. La leggerezza è rappresentata dal mito di Perseo e Medusa: Perseo si tiene alto per sorprendere Medusa e ucciderla tagliandole la testa; vola, e per questo riesce nell’impresa. Dal sangue di Medusa nascerà Pegaso, cavallo alato simbolo di leggerezza. Sul fondale, il dipinto di Caravaggio. 
Dal mito di Perseo alla poesia di Montale, “Piccolo testamento”: le frasi che contiene sono frasi leggere, fragili “traccia madreperlacea di lumaca”, “smeriglio di vetro colorato”, “conservane la cipria nello specchietto”. L’attore le ripete, nella sua voce un timbro davvero leggero, perché la poesia è scrittura e recitazione, e ciò che resta, dice, è soprattutto la leggerezza dei versi anche se in realtà “Piccolo testamento” parla di una visione apocalittica. A questo punto Calvino cede il passo alla personale esperienza dell’attore e dell’uomo, alla sua visione della leggerezza: andare contro il peso quotidiano del vivere è difficile se si è costretti a fare i conti con le costrizioni in tutte le sue forme a cui si è sottoposti e soprattutto al tempo, che scorre inevitabile e macchia di pesantezza ogni entusiasmo. “Papà, quando tu sei morto chi la guida la macchina?” Una domanda al di là di ogni costrizione, del bene e del male, di un bambino come tanti che presto peserà come tutti. 
L’attore ricorda un brano dalle “Memorie di Adriano”, da lui portato in scena, in cui l’imperatore osserva l’amato Antinoo che muta con il tempo la sua figura “il peso dell’amore teneramente adagiato sul petto poco a poco si faceva pesante”: anche l’amore più grande finisce per pesare. Che si fa per sfuggire alla pesantezza? Guardare il mondo con altri occhi? Forse rivolgersi alla scienza. Scorre il filmato di Italo Calvino che racconta di avere avuto un’idea: ”lo scienziato dovrebbe scoprire la reale ampiezza dell’uomo”. Il poeta materialista Lucrezio e il suo “De rerum natura”, la prima opera in cui la conoscenza del mondo si ha attraverso la dissoluzione e la leggerezza è rappresentata dalla materia composta da pulviscoli invisibili. 
L’attore si chiede con noi se esiste un modo di vivere la leggerezza, un modo di vedere il mondo, e continuiamo a seguirlo nel suo tentativo di darsi e darci una risposta attraverso i poeti: Cavalcanti che riesce a affrontare un argomento pesante come il mal d’amore sciogliendolo in leggerezza e movimento. Immagini di superfici che sembrano nuvole. Albertazzi scava in Dante e recita il quinto canto dell’Inferno, la vicenda di Paolo e Francesca rivelandoci una sonorità meravigliosa: “l’endecasillabo dantesco è una gerarchia dove tutto trova il suo posto”. Ma la leggerezza della poesia è trasportata anche nell’omonima illustrazione di Gustav Dorè, dove Francesca è dipinta in tutta la sua bellezza carnale, presente e viva, mentre il suo amato Paolo diventa un mantello che la avvolge e la solleva nella sua immaterialità: una risposta figurativa al più indissolubile dei legami. 
La leggerezza si associa alla precisione e alla determinazione. Albertazzi cita Paul Valery: “bisogna essere leggeri come un uccello e non come una piuma”, perché la piuma è inconsistente, tutto quello che fa è limitarsi a cadere senza una precisa traiettoria, mentre l’uccello è in movimento continuo e consapevole. A volte la letteratura, il racconto cammina insieme alla visione: Don Chisciotte, è lui l’esempio di un’immagine che soccombe sotto il peso dell’amore. E mentre Albertazzi evoca le immagini diventa Don Chisciotte, Valery, Mercuzio e il suo passo danzante che ci ha accompagnato nel terzo millennio come Calvino si augurava. Ormai abbiamo gli strumenti per capire, per fare un viaggio nella memoria del teatro e individuarne la leggerezza. In fondo, come dice Prospero nel finale della “Tempesta”, “Noi siamo fatti della stessa sostanza di cui siamo fatti i sogni” quindi la leggerezza è dentro di noi. L’attore esce di scena, torna con il teschio di Yorick (“quante volte in quanti teatri del mondo in più di quattro secoli, quanti attori ti hanno tenuto per mano così, Yorick”) diventa Amleto e ci porta nelle sue vicende di tormento e infinito. “Andiamo vieni ho l’infinito nel cassetto, il resto è silenzio. Essere o non essere.” 
Cosa c’è di più leggero di una vicenda che si ripete da secoli sempre uguale, e che non ci si stanca mai di vedere e ascoltare, di farne parte? Cosa c’è di più leggero del teatro? L’attore ci ha portato dentro alla sua riflessione, abbiamo capito con lui. Ritorniamo a Calvino, con il racconto di Kafka del 1917, “Il cavaliere e il secchio”. E’ la parte conclusiva della lezione, un racconto in cui il protagonista esce con il suo secchio vuoto per cercare del carbone, e il secchio lo solleva in aria e lo trasporta: ma a questo punto il cavaliere del secchio è troppo in alto, ha bisogno del carbone la moglie del carbonaio non lo capisce e lo scaccia via come una mosca. Il secchio lo porta via, fino a perdersi oltre le Montagne di Ghiaccio, solleva il suo cavaliere al di là dell’egoismo umano e dell’aiuto, dove le preghiere non verranno esaudite e dove forse non ce n’è neppure bisogno. Il secchio è vuoto, leggero. 
Una standing– ovation di circa cinque minuti, col pubblico tutti in piedi, ha salutato la performance del grande maestro Giorgio Albertazzi, la vera memoria del teatro, la testimonianza vivente, sempre in continua ricerca, proiettato verso quello che Goethe chiamava ‘streben’, il cercare, il superare i propri limiti, con uno slancio che è tensione verso l’infinito con il desiderio di afferrarlo. Nessuno vuole andare via. Allora Giorgio Albertazzi ci lascia con una frase e uno sguardo d’intesa “Dovunque stiamo andando cerchiamo di andarci con leggerezza”. Scommessa vinta. Abbiamo capito davvero.
                                                                                                                                   Saverio Albanese
Ultima modifica 14 Dicembre 2013
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