A difesa di Beppe Bigazzi, gastronomo cacciato dalla Rai per avere ricordato la tradizione passata di mangiare i gatti, cominciano a mobilitarsi i ristoratori.
Per la verità Sdp ha trattato la vicenda con un trafiletto nella rubriga di gossip enogastronomico “Stereo7″. L’ironia con un pizzico si sarcarsmo ci sembrava l’unica chiave di lettura per una storia che francamente ha dell’assurdo.
Invece quotidiani e tv hanno alzato un vero polverone suscitando un dibattito di cui, davvero, non sentivamo il bisogno.
Comunque ecco l’intervento “a difesa” dell’astigiano Gianni Filipetti, che ha vinto un’edizione della gara riservata ai ristoratori inserita nella trasmissione Rai “La prova del Cuoco” condotta anche da Bigazzi e, pochi mesi fa, ha anche ospitato il gastronomo per la presentazione astigiana del suo ultimo libro “Osti Custodi” sui ristoranti che difendono le tradizioni culinarie regionali.
Scrive Filipetti: «Il polverone ed il putiferio che è scaturito dopo la trasmissione di giovedì 11 nella quale Beppe Bigazzi ha affermato che un tempo, nella settimana di carnevale, vi era nella sua Toscana l’usanza di mangiare il gatto, ha dell’incredibile.
Una pioggia di critiche, di mistificazioni, di stravolgimenti che ha portato all’allontanamento di Bigazzi dalla “Prova del Cuoco”.
Che un tempo, almeno oltre 60 anni fa, i gatti anche dalle nostre parti (l’Astigiano ndr) venissero macellati è una cosa storica o perlomeno una usanza abbastanza diffusa nelle nostre campagne.
I gatti erano considerati soprattutto “ mangiatori di topi”, non venivano tenuti in casa come oggi, ai cani si forniva regolarmente cibo ai gatti no: i gatti dovevano procurarselo da soli essendo degli innati cacciatori.
Perciò ai cacciatori i gatti non erano sempre ben visti ed erano considerati alla stregua degli animali nocivi, e spesso e volentieri, lontano dalle case abitate, ricevevano anche qualche schioppettata.
E se poi qualche gatto ben ingrassato e dopo alcuni giorni di frollatura sotto la neve, finiva nei ravioli a Carnevale, non faceva stracciare le vesti a nessuno né si provvedeva ad attaccare manifesti, semplicemente lo si sottaceva ai commensali.
Era insomma una civiltà contadina che sapeva gestire con coerenza e buon senso il profondo e diffuso stato di miseria che accumunava tutte le zone rurali della nostra penisola.
Fare uno spaccato storico su una tradizione alimentare di quel periodo vuol dire aprire una finestra su una tradizione alimentare rurale che ci appartiene e di cui non dobbiamo vergognarci.
Semmai siamo contenti che questo non avvenga più, perché il benessere ci ha ormai esonerati da dover ricorrete a quegli estremi.
Questo è quanto Beppe Bigazzi ha coraggiosamente affermato in TV.
Ma poi cosa è successo?
L’affermazione è stata stravolta e, alla luce dei fatti, volutamente mistificata; si è scatenato un vero putiferio, si sono attribuite a Bigazzi parole e cose che assolutamente non ha detto: perché?
Indubbiamente quanto successo non è stato gradito dalla potente industria del Petfood.
Oggi i gatti sono allevati in casa con cure e attenzioni che non sempre si riservano agli umani: hanno casette, corredi, cibi griffati che rendono felici gatti e possessori, veterinari con studi super attrezzati etc.
Insomma i gatti sono oggi un grande business e questo ha contribuito a cambiare in maniera radicale il rapporto uomo-gatto
Si è scatenata una ribellione mediatica che ha coinvolto deputati, associazioni animalistiche al grido “salviamo il gatto” “via i gatti dai nostri menu”.
Siamo andati fuori tema: Bigazzi queste cose non le ha dette!
Il modo con cui è stato “in tronco e senza appello” allontanato dalla RAI ci lascia perplessi.
Sicuramente ora saremo più indifesi dalle seduzioni pubblicitarie del consumismo, ci viene a mancare chi ci cernierava col nostro passato.
Ma la speranza è l’ultima a morire e noi siamo fiduciosi e ci auguriamo di poter presto rivedere in TV Beppe Bigazzi a continuare la sua missione di custode della tradizioni del nostro passato e, perché no, a ritesser ancora le lodi della nostra Langa e dei suoi straordinari prodotti».
Direttore responsabile Andrea Novarino
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